Perché ci piacciono i cattivi delle serie TV?

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A partire dalla fine degli anni ’80, il fascino criminale ha subito un’impennata decisiva. Con la serie “I Soprano”, ovvero con l’inizio della cosiddetta terza golden age della televisione (Maio, 2009), assistiamo a una progressiva avanzata della figura dei cattivi.

Del cattivo simpatico però, non di quello truce e psicopatico.
Questa distinzione è importante ed è alla base del perché non dobbiamo preoccuparci di diventare dei possibili serial killer solo perché ci è capitato di tifare per Dexter.

Iniziamo col fare una differenziazione di base: oltre ai cattivi cattivi (personaggi totalmente privi di moralità e senza accenni di possibile redenzione), troviamo gli anti-eroi (caratterizzati da debolezze che gli impediscono di essere eroi), e i cosiddetti rough heroes. Questa terza categoria è stata ampliamente approfondita da Anne W. Eaton (2012), che ha sottolineato come i rough heroes presentino un’intrinseca immoralità che però in fondo nasconde un accenno di bontà.
Ѐ per questo che è possibile fare una selezione di cattivi che amiamo, che esclude quei personaggi discutibili e abbietti che fanno del male per puro divertimento.
Ecco alcuni elementi che giocano un ruolo cruciale nel dirigere il nostro apprezzamento:

  • Le debolezze: molto spesso i cattivi che attirano la nostra simpatia hanno dei trascorsi familiari che li hanno portati a scegliere la strada sbagliata per avere riscatto, o che essendo stati esclusi dal resto della società hanno dovuto trovare un modo alternativo per lasciare il segno (Joker di Batman);
  • Le doti spiccate: fisiche o intellettive. Di conseguenza è molto più facile prendere le parti di qualcuno esteticamente attraente o con capacità cognitive superiori alla media (Walter White);
  • Il contesto: permette di esplorare il nostro lato oscuro attraverso azioni (compiute da altri), che nella vita non compiremmo mai.

 Inoltre gli sceneggiatori utilizzano degli escamotage per amplificare la nostra preferenza (per renderci inconsciamente complici):

  • Meccanismo di familiarizzazione. Vengono messe in risalto le fragilità del cattivo, i suoi aspetti più umani. Quindi, in questo modo, veniamo a conoscenze delle sue insicurezze e improvvisiamo dei tentativi di giustificazione per le sue azioni immorali;
  • Meccanismo della dialettica realismo/finzione. Proprio nei momenti più cruenti ecco che viene inserito un elemento a sdrammatizzare la gravità dell’accaduto attraverso scene comedy o surreali;
  • Meccanismo del male minore. Il cattivo che amiamo non è mai il PIÚ. C’è sempre qualcuno peggiore di lui e prendere le sue parti diventa ancora più semplice (Bernardelli, 2016).

Jean-Jacques Rousseau ha approfondito il tema del male in molti suoi scritti, sostenendo che in natura l’uomo è buono, è la società a renderlo cattivo. Dunque, il subentrare di bisogni secondari e di emozioni impure, sarebbero la causa della nascita della cattiveria.

“L’idea centrale della filosofia di Rousseau è che ogni uomo nasce buono e giusto, e se diventa ingiusto la causa è da ricercare nella società che ne corrompe l’originario stato di purezza”
(Sozzi, 1981).

In questa frase è già possibile intravedere una delle motivazioni chiave che ci porta ad amare i cattivi. Sono come noi. Cittadini di una società sempre più inclemente in cui scelgono il modo sbagliato per riuscire a risolvere i loro problemi. Sono temi familiari ad ognuno di noi. Ciò che facciamo è immedesimarci nella storia del cattivo. Nei traumi subiti durante l’infanzia, nei rifiuti ricevuti dalla società, nel non sentirsi accettati in un mondo che per tutti gli altri sembra così facile. L’inadeguatezza porta alla nascita di sentimenti di misantropia e isolamento sociale, caratteristiche peculiari di quei cattivi a cui, senza capirne il motivo, ci sentiamo così emotivamente legati.

PREDISPOSIZIONE AI CATTIVI: CI SI DEVE SPAVENTARE?

Significa forse che domani ci sveglieremo e inizieremo a cucinare metanfetamina?
No, tendenzialmente no. A meno di non essere dei chimici ultra dotati che devono salvare le sorti della propria famiglia.

E inoltre, c’è sempre una soglia. Se il nostro antieroe compie un’azione che per noi supera il segno allora lo abbandoniamo. Delusi dalla fiducia tradita e dal fatto che non possiamo più riporre in lui le nostre aspettative.
Mostrare affinità o simpatia verso questi personaggi non significa che siamo delle cattive persone, ma che una parte di noi, in una realtà di finzione, comprende quello che fanno.

La differenza non sta solamente nel vivere attraverso di loro esperienze che non faremmo mai nella vita vera, per paura o perché moralmente ed eticamente aberranti. Ci affezioniamo perché nonostante i loro difetti, le loro doti e il loro fascino noi siamo meglio di loro. Noi non uccideremmo mai il nostro rivale solo perché abbiamo la possibilità di farlo, non prenderemmo a schiaffi qualcuno solo perché ha un tono di voce estremamente fastidioso. E se da una parte prevale la stima perché i nostri cattivi invece lo fanno, dall’altra sale in noi la forza di chi sceglie la strada più difficile. Di chi lascia nelle mani della polizia qualcosa di cui abbiamo paura non si occuperanno. Di chi pazientemente deve accettare che al ristorante la persona seduta accanto a noi mastica rumorosamente e con la bocca aperta.

E in questi casi, non possiamo allora definirci degli eroi?

 

 


Bibliografia

Bernardelli, A. (2016). Cattivi seriali. Personaggi atipici nelle produzioni televisive contemporanee, Roma, Carocci.

Eaton, A. W. (2012). Robust immoralism. The Journal of Aesthetics and Art Criticism, 70(3), 281-292.

Grizzard, M., Huang, J., Fitzgerald, K., Ahn, C., & Chu, H. (2018). Sensing heroes and villains: Character-schema and the disposition formation process. Communication research, 45(4), 479-501.

Maio, B., & Thompson, R. (2009). La terza golden age della televisione: autorialità, generi, modelli produttivi. Sabinae.

Proverbio, A. M., La Mastra, F., & Zani, A. (2016). How negative social bias affects memory for faces: An electrical neuroimaging study. PloS one, 11(9), e0162671.

Sozzi, L. (1981). Il buon selvaggio e le lettere italiane. Studi di Letteratura Francese, 7, 7.

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