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Social media e psicologia: il lato oscuro che nessuno racconta

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Social media e psicologia è una tematica che ogni giorno diventa sempre più attuale, sia online che offline. Instagram, Facebook, YouTube e molte altre piattaforme, oltre ai numerosi benefici legati al business, lasciano ampio spazio a potenziali risvolti negativi.

La ricerca scientifica psicologica, negli ultimi anni, ha visto gli sforzi di numerosi ricercatori nell’ampliare della letteratura riguardante gli effetti dei social media su cervello, personalità e comportamento. Quali sono i risultati più interessanti? I social possono realmente contribuire a problematiche psicopatologiche? Scopriamolo insieme, nell’articolo di oggi.

Social media e psicologia: cosa dice la scienza?

Inizialmente, ad essere studiato fu solo ed esclusivamente il colosso Facebook. Poi, però, a causa del massivo utilizzo da parte degli utenti, fu indispensabile inserire nelle linee di ricerca YouTube e Instagram.

Benché la letteratura scientifica su social media e psicologia sia ancora molto giovane, e di certo incompleta, alcuni studi hanno destato il mio interesse. In particolare, Lup e colleghi hanno indagato un’associazione tra social e sintomi depressivi.

Gli esperti prendono in considerazione l’impatto di Instagram sul benessere psicofisiologico degli utenti. Vengono così scientificamente supportate correlazioni tristemente note, come quella tra umore depresso e social media comparison. Il campione dello studio vanta numerosità importanti, e non lascia scampo all’immaginazione: centoventisette individui, tra i 18 e i 29 anni. I risultati di questo e altri studi (Sherlock et al., 2019) supportano fortemente l’ipotesi che l’utilizzo cronico di Instagram sarebbe correlato non solo a sintomi depressivi, ma anche a:

  • Crollo dell’autostima dovuto al continuo paragonarsi a stili di vita o aspetti fisici innaturali, dovuto a tecniche grafiche e simili.
  • Aumento dell’insoddisfazione nei confronti del proprio corpo.
  • Sintomi ansiosi.
  • Dipendenza patologica dal social media di riferimento (in questo caso Instagram).

Prendiamo in considerazione quest’ultimo punto. La dipendenza da social non è uno scherzo, e può verificarsi in numerosi casi. Nella società odierna, tuttavia, numerosi individui devono per forza di cose utilizzare in cronico queste tecnologie, per motivi lavorativi.

E, allora, la domanda sorge quasi spontanea: chi ha più probabilità di sviluppare una vera e propria dipendenza? L’utente medio che usa i media moderni a scopo ricreativo, o chi ci lavora?

Dipendenza da YouTube?

Parlo per esperienza, sia come user che come professionista del settore. Sono quattro anni che lavoro in ambito digital. All’attività inziale di consulenza, si è aggiunta ora anche quella di creator digitale come podcaster. Nei primi tempi per me, soprattutto su YouTube e Spreaker, osservare le statistiche era diventato il mio più urgente pensiero al mattino, e l’ultimo pre nanna. Non riuscivo a concentrarmi, né a pensare in modo lucido. Nella mia testa c’erano solo numeri, e idee su come e cosa migliorare per… alzare quelle maledette statistiche. Come ho scritto in un articolo, i social possono creare dipendenza. Per il nostro cervello non c’è differenza tra l’abuso di sostanze, o da Instagram. Ad essere implicati sono gli stessi, identici pathways cerebrali. Non è l’uso, bensì l’abuso a portare con sé potenziali risvolti negativi.

Così, ad essere più incline a sviluppare una dipendenza patologica non è l’utente medio, bensì il creator. Chi è costretto, o vuole, rimanere in contatto con il mondo online più tempo possibile. A supportare questa ipotesi è uno studio dei soliti Balakrishnan e Griffiths. Il loro studio datato 2017 porta a risultati tra l’agghiacciante e l’annunciato. I dati mostrerebbero una correlazione tra il content creating e la dipendenza da YouTube, anziché la content viewing.

Cosa significa? Che appunto chi guarda i contenuti (content viewers) ha meno probabilità di sviluppare dipendenza rispetto a influencer, creator, consulenti, o chiunque lavori in ambito social (content creators). Quindi, tutti i lavoratori del digitale sono patologici? Con quali mezzi è possibile scoprire se e come un comportamento sia realmente psicopatologico?

Social media, psicologia e diagnosi da Google

Da inizio 2021 ad oggi ho scritto e revisionato più di 200 articoli SEO per professionisti psicologi e psicoterapeuti, sia a scopo lavorativo che divulgativo. Il consiglio che cerco sempre di dare, riguarda appunto l’evitamento dell’autodiagnosi. Anche un articolo come quello di oggi, con tanto di riferimenti bibliografici inseriti all’interno e alla fine del testo, non sostituisce il parere di un professionista.

Chiunque dovrebbe avere a cuore la propria salute psicologica, a maggior ragione nei casi in cui sia presente un disagio, grande o piccolo che sia. E, nel campo della salute mentale, è lecito rivolgersi a figure legalmente riconosciute, come lo psicologo.

Tutto questo per dire che…social media e psicologia è roba da professionisti. E Google, per quanto sapiente, non possiede (ancora) una laurea in psicologia.


Bibliografia

Balakrishnan, J. & Griffiths, M. D. (2017). Social media addiction: What is the role of content in YouTube?. Journal of behavioral addictions, 6(3), 364-377.

Lup, K., Trub, L. & Rosenthal, L. (2015). Instagram# instasad?: exploring associations among instagram use, depressive symptoms, negative social comparison, and strangers followed. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking, 18(5), 247-252.

Sherlock, M. & Wagstaff, D. L. (2019). Exploring the relationship between frequency of Instagram use, exposure to idealized images, and psychological well-being in women. Psychology of Popular Media Culture, 8(4), 482.

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